Christoph Huber: c’è sempre flirt

Pubblicato
Mercoledì
6 maggio 2026

Christoph Huber
Christoph Huber SQUARE
Una conversazione con il direttore musicale di Im weißen Rössl. Non perderti questa colorata e divertente coproduzione con Vereinigte Bühnen Bozen e il Tiroler Landestheater di Innsbruck!

Intervista a cura di Mona Schlatter per VBB.

Luoghi, amori e musiche, Im weißen Rössl unisce tutto: autentici berlinesi e camerieri innamoratissimi, città e campagna, kitsch e camp, Schuhplattler e jazz. Tu cosa associ al Rössl?

La musica popolare e la musica bandistica sono la mia infanzia. Il mio percorso è iniziato con otto anni di musica popolare, poi banda, musica classica e contemporanea. Sono cresciuto in campagna, con il suo suono operettistico. Lì c’era molta più musica popolare e bandistica che, per esempio, la musica di Gustav Mahler, che comunque porto nel cuore.

Durante gli studi, a Vienna, una volta ho eseguito un pot-pourri del Rössl con un coro. Allora pensai: che musica fantastica. Il Rössl è una hit parade! Contiene di tutto: elementi jazzistici, danze notturne, boogie-woogie, musica popolare, la grande ouverture classica, ma anche elementi descrittivi, in cui la musica racconta quasi recitativamente la scena. Insomma: tutto ciò che serve.

Il maestro del teatro di rivista Erik Charell adattò nel 1930 questo successo mondiale per il Großes Schauspielhaus di Berlino insieme a Hans Müller. Il Rössl è un’operetta, un’operetta-rivista, un singspiel o, detto anacronisticamente, una forma precoce di musical?

Dal punto di vista del fraseggio e dell’impostazione vocale, il Rössl rientra propriamente nel genere operettistico. Tutto il resto – rivista, primo musical, singspiel – dipende dalla messinscena. Esistono moltissimi modi di presentarlo. Nel nostro caso ci avviciniamo al musical, ma non lo è. È davvero operetta.

Le diverse influenze, come il jazz, erano già presenti come idee nella versione originale degli anni Trenta. Lì però erano più brusche: la musica esplode improvvisamente, ci si ritrova in un altro mondo, poi si torna al kitsch operettistico. La versione del dopoguerra rappresenta una fase successiva. Bisogna trovare l’equilibrio tra il kitsch e queste fratture, ma resta operetta.

Il Rössl ha una storia esecutiva movimentata. Solo nel 2008 è stata riscoperta a Zagabria la versione della prima del 1930, ritenuta perduta dopo i bombardamenti su Berlino. Qual è la differenza tra la versione del dopoguerra, che tutti abbiamo nelle orecchie con la voce di Peter Alexander, e quella weimariana di Erik Charell?

Noi eseguiamo la versione di Peter Alexander, quella che tutti abbiamo in mente. È il nostro riferimento sonoro. Nella versione originale degli anni Trenta, che i miei colleghi Matthias Grimminger e Henning Hagedorn hanno ricostruito, gli elementi jazzistici e le danze erano vere e proprie cesure. Quando, per esempio, entrano in scena i turisti americani, la musica diventa jazzistica; quando invece si parla di St. Wolfgang, prevale un linguaggio più tradizionalmente austriaco.

Questo si rifletteva anche nell’orchestrazione: le parti jazz erano affidate realmente a una jazz band sul palco. Il jazz era separato dalla buca orchestrale, sia acusticamente che visivamente. Quindi cambia radicalmente la percezione: si salta improvvisamente in un altro Paese, per poi tornare a St. Wolfgang.

Nella nostra versione degli anni Cinquanta questo non accade. Sono stati creati passaggi più fluidi nell’orchestrazione, che collegano meglio le diverse componenti. Anche noi però abbiamo una band sul palco, e la nostra musica di scena è affidata a una banda di ottoni.

Come mostra già la sua storia, il Rössl è sempre stato un lavoro collettivo internazionale e plurilingue. Anche a Bolzano ci sono molti “cuochi ai fornelli”: il team creativo, l’Orchestra Haydn, la Bürgerkapelle Gries, il coro Flat Caps. Come sta andando?

È una delle produzioni più belle che abbia mai vissuto. Il merito è anche della musica: è una happy music costruita con grande intelligenza. Ogni numero è incredibilmente raffinato. A volte è così semplicemente raffinato che si pensa: “Wow, è quasi come Mozart”. Mozart scrive spesso cose solo apparentemente semplici, dietro cui si nasconde moltissimo. Questa stessa raffinatezza trascina tutti noi e ci mette di buon umore.

Tutti partecipano con entusiasmo. Naturalmente la regista Ruth Brauer-Kvam e il coreografo Damian Czarnecki stanno facendo un lavoro straordinario. Tutti abbiamo idee chiare, ma siamo aperti al nuovo. Proprio cinque minuti fa discutevamo con Ruth di un’idea legata allo jodel. Ruth ama anche rompere un po’ il sistema, creare spazio per nuove intuizioni.

Ed è proprio questo che ci permette di essere creativi artisticamente e di divertirci: la bella musica, il buon umore. È per questo che tutti questi collettivi funzionano così bene insieme. Il coro è già perfettamente affiatato, l’orchestra è organizzata benissimo, e noi riusciamo a far convergere splendidamente tutte queste energie.

La tartare di manzo di Leopold, il macinato di Giesecke e il celebre Kaiserschmarrn: amore e conflitto passano dallo stomaco. Qual è la “ricetta musicale”? Cosa flirta musicalmente con cosa?

Per quanto riguarda il valzer, il flirt funziona benissimo: il Ländler diventa valzer, e il tutto passa dal tre quarti alla marcia in due quarti. Al posto della marcia si può poi inserire un altro due quarti, per esempio il boogie-woogie. Si può sostituire praticamente tutto, in qualsiasi direzione. C’è sempre flirt.

I temi musicali restano gli stessi, si modifica soltanto un po’ lo stile. In Mein Liebeslied muss ein Walzer sein il valzer viennese si mescola con l’English Waltz, spesso trascurato. Cos’altro dialoga? Nella musica popolare, gli jodel si intrecciano con i rustici Ländler.

Che cosa aspetti con più impazienza?

In questo momento soprattutto l’orchestra. Mi manca. Ho già lavorato con l’Orchestra Haydn in una precedente produzione, ed è stata un’esperienza splendida. Sono molto curioso di vedere come reagiranno a questo tipo di musica, perché è un medley, un pot-pourri di stili e melodie meravigliose.

La prima produzione che abbiamo fatto insieme era Lorit, musica contemporanea con tecniche esecutive a tratti piuttosto complesse. E l’Orchestra Haydn ha fatto tutto: qui strappare una pagina, lì girarne un’altra. E tutto ha funzionato. Non vedo l’ora di ritrovare questa loro versatilità.

E il pubblico che cosa deve aspettarsi?

Una serata colorata e piena di varietà. Forse questo già si sa quando si compra un biglietto per il Rössl, ma credo che da noi sarà ancora più colorata. In ogni direzione: nella follia, ma anche nella profondità.

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