Due perle da riscoprire: Giuseppe Grazioli racconta Wolf-Ferrari e Rota

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Lunedì
19 gennaio 2026

Giuseppe Grazioli
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Direttore d’orchestra dalla carriera internazionale, Giuseppe Grazioli ha costruito il suo percorso tra i principali palcoscenici europei e nordamericani, affiancando all’attività sinfonica un intenso lavoro operistico e una costante attenzione al repertorio raro, in particolare del Novecento italiano.
In quest’intervista racconta il lavoro sul dittico Il segreto di Susanna di Ermanno Wolf-Ferrari e La notte di un nevrastenico di Nino Rota, in debutto a Bolzano sabato 7 febbraio e domenica 8 febbraio al Teatro comunale di Bolzano.

 

Quali sono le caratteristiche musicali delle due opere in programma?

Basterebbe soffermarsi sul cognome Wolf-Ferrari per farsi un’idea della formazione, degli interessi e dello stile di questo compositore che vive e scrive a cavallo di due culture, quella tedesca e quella italiana, ma anche a cavallo di due secoli e di due amori, la pittura e la musica. All’ascolto delle sue opere traspare l’abilità nel tenere insieme tutti questi influssi per creare un mondo personalissimo dove si incrociano Mozart e Verdi, Donizetti e Strauss, Rossini e Lehár…In fondo “Il Segreto di Susanna” è proprio questo, uno scrigno che contiene i suoi amori musicali del passato reinterpretati in chiave moderna, ma rivestendo le note di una patina di nostalgia che non può che commuovere l’ascoltatore.

Il cinema ha permesso a Nino Rota di essere conosciuto e ascoltato in tutto il mondo, ma nello stesso tempo ha impedito una vera comprensione della grandezza e della raffinatezza della sua musica. Nel 1950, anno di composizione de “La notte di un nevrastenico”, i Teatri e le Sale da concerto programmavano Boulez, Stockhausen, Nono…eppure Rota continuava a vivere nella sua “bolla” (così la chiamava Fellini) scrivendo non “alla moda”, ma come piaceva a lui. Una posizione anticonformista, destinata a superare la prova del tempo e di cui ci stiamo accorgendo solo negli ultimi anni. Niente sfugge al suo orecchio onnivoro: il jazz, la musica leggera, la tradizione del melodramma italiano, le opere di Britten, le operette di Offenbach, ma tutto viene metabolizzato in uno stile che è solo suo. In fondo anche il protagonista della sua opera vuole vivere in una “bolla” e forse quel nevrastenico che chiede al portiere dell’albergo di isolarsi dal rumore (e dalla musica!) che lo circonda per poter dormire è proprio lui, Nino Rota!

Quale impegno richiedono dal punto di vista interpretativo?

L’opera di Rota richiede agli interpreti la capacità di attraversare vari generi musicali senza soluzione di continuità ed evitando tutti gli stereotipi del Teatro lirico tradizionale. Non esiste una singola parola che non sia accompagnata da un accordo, un ritmo, una melodia che già ci indicano, senza nemmeno leggere le didascalie, le intenzioni, il tempo, le dinamiche di una frase. Nel caso del Segreto invece trovo molto difficile evitare le trappole del verismo e fare emergere il colore del passato in un’orchestrazione ricca e moderna. C’è poi una sfida che Wolf- Ferrari ha lanciato all’orchestra, quella di riuscire a rendere palpabile, attraverso le note, le nuvole e l’odore di fumo di una sigaretta. Sfida impossibile sulla carta, ma riuscita al compositore che, non dimentichiamoci, era un apprezzato pittore e quindi abituato a lavorare coi colori e le ombre.

 

I due titoli in cartellone toccano tematiche ancora oggi attuali: anche la musica riesce a parlare in qualche modo al pubblico?

L’opera, lungi dall’essere una forma d’arte elitaria, può esistere solamente se dialoga con il pubblico e non solo perché affronta temi che rimangono attuali nei secoli, ma soprattutto perché propone sul palcoscenico modelli e contesti psicologici che il singolo spettatore ha sicuramente già affrontato nella sua vita. Personalmente non penso mai al pubblico come a una massa ma come a singoli individui che ritrovano brandelli del proprio vissuto, in un personaggio, in una scenografia, in una parola e ne traggono consolazione, rabbia, piacere…
È proprio questa dimensione psicologica che la musica riesce a rendere tangibile e a spiegare, laddove le sole parole del libretto non sono sufficienti.

Cosa significa portare a teatro oggi due opere così poco eseguite?

Da tempo dirigo compositori italiani del ‘900 completamente “dimenticati” e ogni volta la domanda che mi rivolgono le orchestre e il pubblico è sempre la stessa “ma perché non si eseguono più spesso?”. La storia della musica vive di continui rimescolamenti e cambi di rotta. Compositori che noi oggi consideriamo irrinunciabili come Bach, Mahler, Haydn e tanti altri hanno attraversato momenti di totale oblio…non mi stupisce quindi che Rota e Wolf-Ferrari siano rimasti a lungo ai margini degli interessi della critica e dei direttori artistici perché non riconducibili, come si direbbe oggi, al “mainstream”. Per fortuna però arrivano momenti in cui, grazie ad un’esecuzione ben riuscita, a una registrazione discografica o a un argomento di attualità, tutto il mondo musicale prende coscienza delle qualità e non più delle mode e si mette finalmente ad analizzare le capacità tecniche e l’ispirazione di tanti musicisti dimenticati.
L’augurio è che nel nostro piccolo si possa contribuire a riportare Rota e Wolf-Ferrari alla loro vera dimensione, quella di compositori capaci di lasciare una traccia profonda nella storia musicale ‘900 europeo.

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