Non temo i fischi, temo gli sbadigli. Intervista al regista Stefano Vizioli

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Giovedì
22 gennaio 2026

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Regista tra i più raffinati e riconoscibili del panorama operistico italiano, Stefano Vizioli ha costruito nel tempo un percorso artistico personalissimo, capace di coniugare fedeltà al testo e libertà interpretativa, rigore musicale e gusto per il dettaglio teatrale.
In quest’ intervista ci parla del dittico Il segreto di Susanna | La notte di un nevrastenico, secondo imperdibile appuntamento con l’opera per la Stagione 2025/26 della Fondazione Haydn. Scopriamo insieme le sfide e la sottile vena di follia che accompagna questo nuovo allestimento.
Qual è il filo che lega le due opere in programma?

Come ho chiesto alla scenografa Eleonora De Leo, voglio sottolineare l’aspetto surreale di queste due trame, legate entrambe dalla insicurezza e semi-follia maschile nei confronti del genere umano, che sia la gelosia ossessiva di Gil per la moglie Susanna o l’odio per il mondo rumoroso e “normale” da parte del Nevrastenico. Quindi, poiché amo definire le mie regie “falsamente tradizionali”, vorrei che quest’apparente contraddizione di termini sia la cifra della lettura del dittico.

Come verranno rappresentate sulla scena?

Senza spoilerare troppo, ci sono due elementi che legano i titoli e che sottolineano l’aspetto “fisiologico” che caratterizza questo dittico nevrotico.

 

 

Quale rapporto c’è fra questi due titoli?

Mi piacciono molto le “opere piccole”, sono apparentemente più lievi e leggere, non ci sono cambi di scena impegnativi, masse corali, comparse, ballerini, numero infinito di costumi; quindi, la lettura di questo format – che se vogliamo parte dagli Intermezzi settecenteschi per poi declinarsi ad esempio nelle farse rossiniane o nel vastissimo teatro da camera novecentesco come in questo caso, ha una sua levità e grazia che va esaltata e difesa. Ma sono anche opere più “nude”, più vulnerabili, più scoperte. Molto importante, e spero che questa cosa emerga, sarà la regia del non detto, dell’allusione, delle parole espresse dal canto che sottendono significati opposti, il tutto poi condito da una piccola vena di pazzia. Avrò in questo la complicità dei miei compagni di avventura Eleonora De Leo, Annamaria Heinreich, Vincenzo Raponi e David Thaler.

 

Li ha messi in scena per la prima volta?

Sono affettuosamente legato al Segreto di Susanna perché fu una delle mie prime regie quando ero un giovine regista di belle speranze; infatti, proprio 41 anni fa, la debuttai a Treviso e poi alla Filarmonica Romana. Ricordo che spiavo la protagonista che durante le prove fumava di nascosto, e rubai tutti i suoi accorgimenti per non farsi scoprire dal collega, ma quel suo vizietto lo portai in scena con la sua incolpevole e inconsapevole complicità. Chissà ora che sono vetusto cosa uscirà fuori di quell’antica giovinezza artistica, sono curiosissimo di ritrovare la contessina Susanna, vecchia amica tabagista.
Notte di un Nevrastenico invece è un debutto, e pur amando moltissimo il teatro di Rota, è la prima volta che lo affronto da regista: sono un fan incallito di Il cappello di paglia di Firenze e anche della bistrattata Napoli milionaria che secondo me meriterebbe una più ampia divulgazione dopo il massacro di critica ricevuto all’infausta prima spoletina. La riproposi come direttore artistico a Pisa, e il pubblico ne fu entusiasta.

 

Le tematiche che animano le due opere possono riguardare in qualche modo anche aspetti della società contemporanea?

Sono opere legate alla nevrosi contemporanea, quindi più attuali che mai, sia per l’isteria con la quale si persegue chiunque osi fumare una sigaretta – quasi fosse la causa del buco dell’ozono – sia l’inquinamento acustico di cui soffriamo e che fa, in modo desolante, parte del nostro quotidiano. Pensiamo ai cellulari dalle suonerie altissime, alla cafonaggine in treno di viaggiatori urlanti, all’assenza di garbo, gentilezza e attenzione per il prossimo che definisce il nostro mondo involgarito e maleducato; alla tivù urlata che fa audience con insulti e parolacce e all’aver bandito per sempre il congiuntivo e i gerundi… un mondo di rumori orrendo che giustifica la pazzia del Nevrastenico, ma poi chi sono i veri pazzi a questo punto?

Qual è, secondo lei, il compito di una regia d’opera?

A me piace raccontare favole, non tradire il compositore, trovare se possibile una propria lettura originale, evitare la routine: non temo i fischi, temo gli sbadigli. Poi penso sempre che i compositori siano i migliori registi delle loro opere, scrivono per il teatro, quindi sanno i tempi, i colpi di scena, hanno le zampate per agganciare l’attenzione dello spettatore. L’orchestra poi è una complice straordinaria: spesso, quando riesco ad andare alle letture d’orchestra, molte indicazioni registiche le trovo più nella buca che nel testo cantato.
Alcuni sberleffi dell’orchestra possono ribaltare una certa “normalità” tra i personaggi che agiscono sul palcoscenico.

Quali sono le difficoltà di unire due opere scritte da compositori diversi?

Innanzitutto, nonostante il divario di anni trascorsi, stiamo sempre parlando di opere del Novecento. Inoltre, entrambi gli autori sono allegramente sollecitati dal passato. Penso, con Wolf Ferrari, al secondo ingresso del conte Gil, così vicino all’ingresso di Ford nel Falstaff di Verdi quando cerca l’amante della moglie in casa, o ad una cantabilità “romantica” nel duetto d’amore che ricorda certe frasi di Lehàr.
Per Rota, i temi “americani” da nightclub fumosi nella scena del commendator Saccardi, un certo uso spericolato della coloratura nel Nevrastenico, con tutte quelle scalette discendenti che hanno un flavour quasi rossiniano e altre strizzatine d’occhio musicali disinvolte e divertite, caratterizzano la partitura (e la genialità) del compositore milanese. Insomma, siamo di fronte a due autori diversi ma uniti da un ossequio maniacale verso il passato, mutuato da ironia bonaria, e sorretti da un acutissimo senso dei tempi teatrali. Non dimentichiamo poi che in Rota c’è Riccardo Bacchelli complice.
Per me sono doni preziosi da maneggiare con cura.

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